Sul desiderio...

mercoledì 21 febbraio 2018 - 15:31

 

Dott.ssa Laura Castaldo

 

Il tempo storico in cui viviamo ci pone indubbiamente una serie di questioni, una di queste è senz'altro legata al desiderio. Nel discorso contemporaneo oggetti di desiderio vengono messi costantemente in primo piano e molte delle logiche ad esso sottostanti sostengono un sistema che si regge proprio sulla promozione della produzione di sempre nuovi desideri nei soggetti; diventa, dunque, interessante ripensare a questo concetto così sfuggevole e complesso da definire.

Sappiamo che il raggiungimento di un determinato oggetto reale non basta a colmare la fame dell'umano di desiderio; ogni oggetto si rivela sempre insoddisfacente, ci sarà sempre qualcosa che manca e a partire da questo un nuovo desiderio.


Ma quindi a cosa corrisponde? Di chi è il nostro desiderio? Possiamo realmente definirlo tale? Come si fa a riconoscere il proprio?

 

Quella del desiderio, infatti, non è una strada diretta, ma tortuosa, contraddittoria, siamo più spesso divisi da esso; spesso non coincide con quello che vogliamo. Spesso si confonde il proprio con quello dei nostri altri.
L'essere umano, infatti, dipende in maniera indubitabile dal desiderio del suo Altro, non può esistere senza di esso; un neonato non sopravvive senza che questo vi sia.
Il desiderio non è qualcosa che ha a che fare con l'istintualità, con il bisogno primario e neanche con la pulsione ma è qualcosa che caratterizza in maniera specifica l'essere umano in quanto vive di una dialettica intersoggettiva: io desidero il desiderio dell'Altro. Il desiderio si soddisfa attraverso di esso; un bambino si sente desiderato quando sente di aver un posto, un valore per l'altro.
Il desiderio, dunque, è apertura verso l'Altro, è domanda d'amore, domanda d'ascolto; non c'è niente di più frustrante della propria parola che non trova ascolto nell'Altro. Dove c'è mancato riconoscimento, mancato ascolto della parola o c'è violenza, agito o c'è caduta depressiva - non sono nulla per l'Altro.
Ma in questa dialettica del riconoscimento in cui si è presi, come fa il soggetto a riconoscere il proprio desiderio, a trovare la propria strada?
Recalcati, nel suo testo "Ritratti di desiderio", scrive:
"La parola desiderio non definisce un godimento illimitato, senza Legge, erratico, privo di responsabilità, ferocemente compulsivo e sregolato, quanto piuttosto la capacità di lavoro, di impresa, di progetto, di slancio, di creatività, di invenzione, di amore, di scambio, di apertura, di generazione. Desiderio non è solo consumazione dell'oggetto e di se stessi, ma è anche, come direbbe Lacan, ciò che resiste a qualunque sogno totalitario, a qualunque impresa di omologazione. In questo senso il "desiderio di avere un proprio desiderio" resta il fattore di resistenza a tutte quelle sirene suggestive che offrono la promessa di una assimilazione dell'umano in una Comunità di monadi libere di godere senza limiti, in una Comunità iperedonista, dunque senza soggetto [...]".
In questo passaggio Recalcati descrive un carattere fondamentale del desiderio: non può essere disgiunto da quella che definisce la "fertilità della generazione". Il desiderio non è solo ciò che consuma e che si fa consumare, ma è ciò che permette la realizzazione di qualcosa, è la spinta vitale, creativa che alimenta l'essere del soggetto.


"Niente costituisce il termine ultimo della presenza del soggetto più del desiderio" scrive Jacques Lacan in uno dei suoi seminari proprio ad esso dedicato. Ma dov'è il soggetto? Spesso lo perdiamo, spesso ci perdiamo di vista tra conflitti, desideri smarriti, desideri fasulli, desideri dell'altro. Ritrovarsi, ritrovare il solco del desiderio significa riconoscere il solco del proprio essere e la psicoanalisi nasce così, a partire dall'analisi di sogni e di desideri ad essi sottostanti.
Freud usava il termine "wunsch" che Lacan traduce con "voeu", voto, ossia il desiderio come vocazione che orienta, guida, struttura l'esistenza. Per Recalcati il sintomo è ciò segnala al soggetto che si è allontanato dal proprio desiderio, dalla verità della propria vocazione; se tradisco questa vocazione mi ammalo.
Per questo Lacan parla di etica del desiderio, poiché di questo il soggetto ne è responsabile. Per Lacan l'etica della psicoanalisi non è un'etica del bene o della felicità ma un'etica del desiderio, il soggetto non può "cedere sul proprio desiderio". Un soggetto, infatti, può decidere di non volerne sapere niente poiché l'esperienza del desiderio è sempre accompagnata da uno smarrimento di padronanza, da scombussolamento, da perdita, in qualche maniera, di qualcosa. Ma per saperne qualcosa, l'unico tramite può essere la parola.

La parola è il solo atto che permette di raggiungere sè stessi.


Riferimenti bibliografici

 

Lacan J. (1958-1959). Il seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione. Einaudi, Torino, 2016.
Recalcati M. (2012) Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 

Lascia il tuo commento