"E tu perché non esci?" L'altra faccia della socializzazione, tra imperativi categorici e rischio di patologizzazione della solitudine.

giovedì 08 marzo 2018 - 17:11

Dott.ssa Giulia Citarelli

 

Il bisogno di essere in relazione con altri esseri umani quale fonte di sopravvivenza psicologica e con un impatto sulla regolazione delle funzioni fisiologiche sin dai primissimi giorni di vita si può dire sia un fatto ampiamente riconosciuto nelle diverse teorizzazioni di matrice psicologica oltre che dalle evidenze empiriche maturate anche nel campo dell'etologia (Harlow, 1958; Lorenz, 1973). Sicuramente un passo importante in questo senso è stato compiuto dalla teoria delle relazioni oggettuali che, specialmente con il contributo di Fairbairn (1952), ha posto l'accento sulla questione della libido intesa in termini di ricerca del legame con un altro, quanto più che finalizzata alla ricerca del piacere.

Diversi contributi di matrice teorica eterogenea si sono soffermati sull'importanza e sulla qualità delle relazioni con gli altri, sia in termini di fattore anamnestico da indagare rispetto alla persona che in quanto indice di un benessere più ampio; non dimentichiamo che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (1947) ha definito la Salute quale "Stato di completo benessere bio-psico-sociale" facendo un grandissimo passo in avanti rispetto ad una precedente concezione di Salute come assenza di malattia che rifletteva un modello biomedico.


Dunque il piano sociale e relazionale sembra esser entrato a tutti gli effetti anche in una sorta di criteri (del tutto etero diretti) di valutazione rispetto al supposto benessere di una persona. Ora, ferma restante la capacità di costruire relazioni autentiche come indice del raggiungimento di una maturità affettiva, ci sembra al pari importante porre l'accento su come possano risultare rischiosi alcuni criteri socialmente condivisi se adottati in maniera stereotipata e senza una riflessione critica e che includa il punto di vista squisitamente soggettivo sulla questione.


"Ma perché non esci?", "Se frequentassi un gruppo sportivo ti farebbe bene", o ancora "Mio figlio passa delle ore chiuso in camera, vorrei che stesse di più con i suoi amici" e via di seguito, rappresentano solo alcuni esempi di come un'adesione stereotipata alla socializzazione intesa quale prescrizione/imperativo possa divenire limitante per la persona. Se proviamo ad andare un po' oltre, ci renderemmo conto che, pur non mettendo in discussione  l'assoluta centralità dell'-essere in relazione con- per costituire un senso di appartenenza, un riferimento identitario ed un'indiscutibile fonte di supporto nelle varie fasi della vita, potrebbe rivelarsi altrettanto cruciale una motivazione a stare in solitudine come una dimensione sana ed altrettanto vitale per l'essere umano e per lo sviluppo di alcune funzioni. Bion (1962) sosteneva, a tale proposito, che una delle principali facoltà umane, il pensiero, nascesse dall'assenza; ossia che il bambino iniziasse a sviluppare l'aspetto simbolico proprio quando era da solo, in assenza della madre. Ritornando al nostro focus, potremmo pensare ad una sorta di elogio della solitudine, in un certo qual senso?


La questione della socializzazione intreccia poi, inevitabilmente, nella cosiddetta società 2.0, un'altra tematica saliente che è quella relativa al cambiamento delle modalità in cui il bisogno di relazione viene soddisfatto, spesso in termini sostitutivi/compensatori e protettivi con l'ausilio di social network, chat e così via, tema che meriterebbe sicuramente un ulteriore approfondimento (...).


Tuttavia, ciò che ci sembra utile alla luce di questo discorso è la necessità di ricomprendere la questione dell'importanza delle relazioni senza perdere di vista il soggetto con i propri specifici bisogni, temperamento, obiettivi e desideri e che, più che quanto tempo lo stesso trascorra con altri o da solo inteso come indicatore di benessere, bisognerebbe considerare quale sia la competenza che possiede, o che sta sviluppando, nel costruire delle proprie norme, ossia la "competenza normativa" come l'ha definita Canguilhelm (1998) a proposito di cosa sia normale e cosa sia patologico e dei criteri utilizzati per definire l'uno e l'altro.

 

Riferimenti bibliografici

 

Bion W. (1962). Apprendere dall'esperienza. Armando Editore.
Canguilhelm G. (1998). Il normale e il patologico. Einaudi.
Fairbairn R.D. (1952) Il piacere e l'oggetto. Scritti. Astrolabio Ubaldini.

Lascia il tuo commento